venerdì 2 agosto 2013

Favoletta (2012)


Mi sono perso nel bosco. C’è un unico sentiero. In una delle due direzioni dovrebbe esserci la mia casa, ma non l’ho ritrovata. Sono partito presto con alcune cose da portare alla nonna che abita a un’ora da noi. Uscendo ci si inoltra a destra, ma ho camminato tanto e così, quando il bosco è diventato sconosciuto son tornato sui miei passi. Quando tornerò mi sgrideranno, perché è impossibile sbagliarsi quando c’è un unico sentiero e quando si sa da sempre che per andare dalla nonna si va a destra. È impossibile sbagliare, direbbero, ma qualcosa che non comprendo è accaduto e ora, i sussurri, il vento fra le foglie, le foglie stesse e i tronchi enormi, mi fanno paura.

Il tramonto si è spento in un attimo e si è presentata la notte. La luce della luna rende tutto fosforescente e bellissimo, ma ho paura. Cammino perché non so cos’altro fare. Ho mangiato qualcosa dal cestino per la nonna, appena un poco, così non se ne accorgerà, e cammino.

Ed ecco che vedo una lucina talmente bassa che non può essere una stella e anche se so che non è possibile che si trovi fra quegli alberi sconosciuti, dico e spero che sia la casa della nonna. Mi avvicino e vedo che è una baita immensa e le sue infinite finestre sono tutte buie. C’è solo quella lucina magra davanti alla porta e se non ci fosse stata nemmeno quella ci sarei passato di fianco a questa senza accorgermi di nulla. Non ho altra scelta. Devo entrare per chiedere consiglio o per farmi ospitare per la notte. Busso col bastone che fu di mio padre anzi, ho la sensazione che sia lui a tirare avanti la mano ancora indecisa, e così prendo atto di un fatto già accaduto e attendo le conseguenze. Nel silenzio sento, là all’interno, dei passi lenti. Aspetto. La casa che nel buio sembra immensa, è piena di echi. Non comprendo quindi se i passi si avvicinano da destra o da sinistra, dall’alto o dal basso, ma mi rendo conto che più di tutto mi interessa che non si fermino. C’è una panca vicino alla porta. Mi siedo e, senza perdere il suono dei passi. Osservo la strada misteriosa che mi ha portato qui. Ecco la luna, e il bosco che ora sembra di metallo. Il ritmo dei passi sfiora la mia stanchezza …. mi addormento.

I raggi della luna sono freddi. Sì, e la notte è fredda. E quindi il sole è la stufa luminosa … o come il caminetto, che appena lo caricano col carbone, gettato sulle braci accese ma coperte, della notte precedente, sembra spento. Per questo il sole di notte non si vede. Sì. È così. C’è il sole che si è caricato di carbone. Questo spiega la notte. È evidente. Qual carbone deve prendere la fiamma dalla brace del tramonto e mettersela dentro e mangiarsela. E le stelle sono le briciole, come quando col bastone papà batteva il carbone per svegliarlo, per fargli capire che era ora di farsi mangiare dalla brace per farsi fiamma.

Prima ho pensato nel sonno, e poi ho visto la porta aprirsi di una fettina minuscola e una signorina bellissima mi guardava. Ho detto “Buona sera. Mi son perso. Dovevo andare dalla nonna. Sta a un’ora da casa nostra, nel bosco. La direzione era giusta ma, e non so come sia accaduto, mi trovo invece qui”. Lei apre di più la porta e fa cenno di entrare. La seguo e vedo un corridoio buio con tante porte. Ho un momento di paura. Sento di nuovo dei passi, ma non capisco da che parte vanno … ma lei mi guida ora prendendomi la mano. Alcune maniglie hanno un cartellino. Comprendo che sono le stanze abitate. Lei ne apre una libera e me la indica con un sorriso così sottile che non sono sicuro che sia un sorriso. Entro. E’ grande. Un quadro alla parete con un bel paesaggio e, al posto del letto una barchetta. Una barchetta vera con i remi dentro e una coperta e un materasso. Mi fa segno con l’indice di seguirla. Torniamo in corridoio e si entra in un’altra stanza. Solo il quadro cambia, e la luce della luna, come nella camera precedente, illumina così bene che non bisogna strizzare gli occhi per vedere. Torniamo in corridoio e getto appena un’occhiata in altre stanze. Le dico che desidero quella più vicina alla sua perché ho paura di perdermi. Sceglie, mi porta dentro, mi saluta e sento i passi oltre la porta. Chiudo a chiave e osservo il quadro. Un paesaggio di montagna e un torrente. Aspetto di sentire i suoi passi che finiscono e il rumore di una porta che si chiude, ma non succede. I passi continuano e mi danno di nuovo sonnolenza. Mi metto nella barca. Mi copro e mi addormento.

Il bastone di papà picchia il carbone. Il carbone si sveglia e le scintille vanno ad aggiungersi alle altre stelle. il bastone non picchia più. Non bussa. i passi di lei invece continuano e sento che sta venendo per dirmi qualcosa. Sta per accadere, ecco, accade, e invece è l’alba che illumina la stanza, il giorno che sveglia il bosco e io con lui … e la casa e la stanza fanno meno paura.

Esco nel corridoio. Un’unica finestra lontanissima in fondo a destra, e un’altra in fondo a sinistra, illuminano un pochino. Sento ancora quei passi, ma sembra che non ci sia nessuno. I cartellini sulle porte non ci sono più. Forse sono stato l’ultimo ad alzarmi. Ero stanco. Mi rendo conto che non sono più sicuro di avere incontrato la ragazza silenziosa. Ricordo che mi sono addormentato sulla panca di fianco alla porta d’entrata. Avevo anche un po’ di freddo e ho sognato il carbone che viene messo nel caminetto. Cammino indeciso lungo questo unico corridoio e mi accorgo che involontariamente il mio corpo cerca di muoversi al ritmo di quei passi che continuo a sentire.

Una porta è diversa dalle altre perché è più vecchia e consumata. Prendo coraggio e la apro. E’ l’uscita. Fuori c’è il bosco e tutto è di nuovo come ieri. La via perduta e la tristezza che può sfogarsi solo camminando. Torno in camera e mi chiudo dentro. Forse sono l’unico nella casa … ma non sono sicuro. Mi accorgo che oltre la finestra c’è un balcone che è lungo quanto la casa. Uno per ogni piano, ora ricordo. Passeggio, cerco ancora di capire se nelle altre stanze c’è qualcuno e mi convinco di essere solo. Torno in camera, mangio qualcosa delle scorte per la nonna e mi addormento osservando il quadro.

Verso il tramonto mi sveglia il rumore di passi che, ora me ne rendo conto, di giorno, dopo aver aperto la porta che dava sull’esterno, era cessato. Guardo alla finestra l’ultima scintilla rossa del sole ed sorge il buio. E nel buio, con fatica, ma nitidamente, scorgo tanti animali che escono silenziosamente dalle stanze e si allontanano nel bosco. Vedo un serpente enorme e un gruppo di scoiattoli. Alcuni urogalli e un capriolo. Delle marmotte e due volpi e un cane bianco. Quando queste strane presenze son terminate, m’incammino furtivo sul balcone. Le porte-finestre delle altre stanze son tutte aperte e vedo dei corpi immobili nelle barchette. Entro in più d’una chiedendo permesso ma nessuno risponde. I passi rintoccano senza sosta come un eco enorme di sottofondo e quelle persone, maschi e femmine, stesi così, immobili, inerti nelle barchette-letto, mi fanno paura. Sembrano vuoti. Sembra che dentro non abbiano carne. Pelle sgonfia e ossa. Ma non sembrano nemmeno sofferenti. Torno spaventato alla mia camera, mi chiudo dentro e attendo. Non ho sonno. Scruto timoroso e nascosto, dalla tendina della finestra. I passi che sgocciolano senza tregua, mi angosciano ma col passare del tempo mi ci abituo, ma quei corpi svuotati non mi danno pace. E verso l’alba, proprio un minutino prima dell’alba ecco che gli animali ritornano. Prima un brulicare lontano, fra il bosco e il buio, e poi vedo che passano anche davanti alla mia finestra ed entrano nelle varie stanze. Ho aperto appena un poco, dopo che è passato il serpente, e ho visto alcuni degli altri animali infilarsi in questa o quella stanza senza dubbi, con l’evidente certezza che quella è la loro stanza, la stanza giusta. È di nuovo silenzio. Dormono? Esco poi entro in una stanza senza chiedere permesso. La persona dorme ancora e ora è normale, col suo ripieno di carne, come me. Provo a sbirciare anche in altre due e vedo la stessa situazione, quindi me ne torno in camera agitato. Odio quei passi, anche se ormai mi sono abituato, e ricordo come si spengono. Vado rapidamente alla porta d’ingresso, apro e chiudo, dando forse la sensazione, allo spirito della casa o a qualunque cosa sia, di essere partito. Torno in camera. Sento un correre leggero di zampette unghiute e vedo il piccolo cane bianco di ieri al tramonto, che passa davanti alla mia finestra e si ferma alla successiva. Entra con la leggerezza armoniosa di un levriero. Ricordo di aver chiesto alla ragazza forse del sogno, se potevo stare nella camera vicina alla sua perché avevo timore del corridoio buio. Ma ricordo anche che non sono sicuro se l’ho incontrata davvero, se l’ho solo sognata. In quella camera ero entrato anche prima, e sembrava che quel corpo svuotato, tutto pieghe, fosse forse di una vecchina. E mentre penso tutto questo la vedo uscire, lei, la ragazza che pensavo di aver sognata, dalla sua stanza, e sorridere all’alba. Ha la snellezza del levriero ed emozionato la guardo. È Lei quindi. E’ qui. E’ vera. Non l’ho sognata. Mi avvicino e le dico buongiorno. Risponde con un cenno del capo e sembra attendere le mie parole, ma non so che dire, non so come incominciare. Son troppe le domande. Eri tu ieri sera? E perché quei passi che si sentono sempre nella notte? E quegli animali che ho visto partire e i corpi vuoti e il levriero bianco e tu, che ora, lo comprendo e mi riempie di stupore, hai del levriero non solo la linea sottile, ma anche lo sguardo e quel sorriso lievemente accennato che forse non è un sorriso ….

Mi manca il respiro già a pensarle, queste domande, e lei, che sembra aver capito, mi prende per mano. Potrebbe portarmi anche nel forno e cucinarmi come un dolce e poi mangiarmi. La seguirei comunque e per due motivi. Il primo è che non so dove andare e cosa fare e il secondo è che chi sembra capirmi senza dire una parola, mi fa coraggio … e anche un po’ paura.

Si passa dal balcone alla sua camera. Il suo quadro mostra il mare e in fondo le montagne. Passiamo nel corridoio e lei apre con decisione una porta. Ho cercato di contarle, di ricordare, ma abbiamo camminato troppo, e il suo passo veloce e leggero mi porta lontano da me e dai pensieri. Entriamo in una cucina enorme. Tutto li dentro è troppo grande. mi viene il sospetto che si tratti della casa di un gigante e che noi siamo i bocconi che ospita e nutre. Nessuno è obbligato a rimanere, lo so. La porta si sa dov’è e si può entrare ed uscire quindi capisco che non è possibile perché nessuno si farebbe mangiare con piacere. La guardo pieno di domande che non riesco a fare. Prende una grande ciotola di latte, due ditali di metallo che per noi hanno misura di bicchieri, li riempie e me ne passa uno. Bevo in un sorso. Buono. Le dico che ho ancora le cose che erano per la nonna e comunque la ringrazio. Mi passa una cosa che è la briciola di un biscotto enorme. Lo mangio. Mastico lentamente e la osservo. Lei si lascia guardare e mi dedica attenzioni, a me che per lei sono uno sconosciuto, con una gentilezza e una semplicità che mi danno la sensazione che quel che stia accadendo sia, oltre che incomprensibile, irreale ed eterno. Le chiedo per favore di spiegarmi qualcosa. Quello che vuole lei, ho bisogno di capire.

Ti ho aperto io e non un’altra persona. Questo è importante. Mai tutti qui dentro sentono quando una persona bussa … e se ti ho sentito vuol dire che abbiamo qualcosa in comune”.

Ha parlato. Una voce leggera, che mi sembra di conoscere da sempre. “Se tu mi hai aperto vuol dire che sei arrivata qui prima di me oppure che questa è casa tua …”

Sono giunta prima di te.”

e Hai visto gli animali che a sera se ne vanno nel bosco …”

si”

e dove sono ora tutte quelle bestiole? E anche la tua?”

sono in noi …”

E quel sorriso ora era diventato veramente un sorriso con una sfumatura di preghiera.

hai visto ?”

si. Ho visto corpi vuoti, come senza polpa. E poi a mattina gli animali tornare e i corpi, e anche il tuo, tornare di nuovo normali.”

e … il mio che animale era?”

non lo sai?”

no. E neanche tu che sei appena arrivato sai che animale hai in te …”

ma se sei arrivata prima di me avresti dovuto già vedere …”

avevo paura … e sono venuta ad aprire. Mi hai chiesto la stanza vicina alla mia e te l’ho data. Ma la notte entro nella barca, mi copro tutta con la coperta e cerco di addormentarmi. “

è un bel levriero bianco, e hai il suo sguardo, la sua eleganza …”

anche tu sai, hai una parte che di notte, quando dormi, va nei boschi.”

l’hai vista …?”

no. Ma posso dirti che quasi certamente è un cane, perché se fosse stato un altro animale non mi sarei commossa quando il tuo bastone bussava alla porta e tu, che stavi dormendo sulla panca, non avresti sentito la mia presenza.”

il bastone è, anzi era, di mio padre … e io credevo fosse un sogno.”

anch’io.”

ma tu. Tu di notte, nella notte, sei quella di ora?”

non lo so.”

e io so troppo poco di me per meritare la tua gentilezza.”

E così, me ne sono tornato in camera. Non sapevo più, cosa dire, cosa fare .. ed ecco che mi ricordo che nei giochi di bambino dopo dire e fare c’era baciare. Sì, baciare. Ma lei chi è, e io chi sono … e poi c’era lettera e testamento. Una lettera d’amore e il testamento … che senso ha il testamento … e il bastone mi tira dalle mani verso il letto e mi ricorda che lui, del padre, è il dono.

Mi porta a letto e obbedisco. Dormo fino al tramonto. Vedo gli animali raggiungere il bosco e attendo il buio vero, quello della pala di carbone.

Esco dalla mia camera ed entro da lei. Ora sembra una vecchina. Mi inginocchio di fianco e con dolcezza le parlo: “Sono sempre io, svegliati, ti devo parlare …”

il sonno sembra più pesante delle mie parole ma ecco che appare il levriero che la sfiora e si sveglia. Lei e quello splendore bianco in forma canina, si guardano consapevolmente per la prima volta e dopo, lei guarda me.

dimmi, come ti senti. Cosa c’è di diverso fra quel che sei di giorno e quel che sei ora”

l’animale è uscito. Restano l’essere umano e l’anima … ecco come mi sento. “

più bello che di giorno?”

di giorno con lui dentro è una febbre. È una bellezza diversa. Penso sia una convivenza fra felicità e tristezza, un compromesso teoricamente impossibile …”

non capisco.”

non puoi capire, non so spiegare … perché è dentro di te, ora, e stai vivendo anche la sua realtà. Ora vai a dormire, e sarò io che ti verrò a svegliare.”

Mi fido. Vado in camera mia e cerco di prendere sonno. Non riesco. Attendo e temo che mi sorprenda l’alba. Se accadesse vuol dire che sarei sopravissuto alla notte, ma la notte della vita, come il giorno vanno vissuti. Mi assalgono quasi le lacrime e poi sento il bastone di mio padre, lo stringo forte, e parto nel sonno.

Un tocco leggero mi sfiora il viso. Un cane grosso, massiccio, con il muso buono, mi guarda con fierezza e tenerezza. Lei è di fianco a me e sorride. Mi ha svegliato con una scossa forte e ora sorride.

eccoci risorti” dico. “Ora capisco.”

e che si fa ora?”

sembriamo due vecchi”

ci riempiremo, di sotto, in quella grande cucina, di latte e biscotti finché la pelle non sarà di nuovo piena.”

Scendiamo con i cani e ci nutriamo fino a tornare simili a prima.

I cani sono andati nel bosco insieme e insieme fra poco torneranno. Ora so quel che accadrà e lei lo attende da me. Lei ha svegliato me e io ho svegliato lei.

Le ho rivelato il levriero e lei il cane forte che ho dentro.

Nessuno può capirlo da solo. Questa è la chiave.

Ora guardo la luna.

Serve una parola, un ricordo magico, penso al Fauno Esenin che dialoga col nonno e lo racconto a lei:

nonno, chi è che ha appeso la luna in cielo?”

cosa, la luna? È stato Fedosij Ivanovic.”

e chi è Fedosij Ivanovic?”

un calzolaio. Martedì, quando andiamo al mercato, te lo faccio vedere. Un grassone così.”

Sorrido. Così nasce un poeta, perché questo è il primo passo nella vita, quella vera, che va oltre i sensi.

La luna che osservo dalla finestra, ha sentito e ride. Il suo riso si espande e si fa terremoto. La luna scoppia e una valanga d’acqua cade sul mondo.

Dico a lei di correre alla sua barca, e di attendere che il livello salga per uscire dalla finestra e uscire.

Ora siamo due barche nel diluvio e le correnti son più forti di noi. Le barchette si perdono. Sono sotto la mia coperta e il cane mi dorme in grembo. Mi addormento anch’io. E non m‘importa del tempo, del tempo in tutti i sensi. Quando il legno toccherà una sponda mi sveglierò. Questa è l’unica possibilità e l’unica via, ora che conosco l’animale che è in me e sto imparando a conviverci.

E dopo un vuoto che non è tempo, nel quale so di essere dimagrito e il cane mi è tornato dentro, la sponda ha bussato e a una piccola traccia di terra mi sono ancorato. Ora ero nel tempo e il livello dell’acqua scendeva. Altre isole si erano formate e sopra ognuna poteva esserci lei con la sua barca.

E poi il mondo divenne come tu lo conosci ora, con i fiumi, il mare e la notte. E ho camminato, solo per i suoi occhi. Ed eccola qui, ora, che riposa e guarda il tramonto, dopo aver cercato.

Non so come dirle che sono qui. È troppo forte l’emozione. Ed ecco … si gira. Perché solo lei, che come me ha un cane dentro, non ha bisogno di parole.

Corri Diana al Tempio!

e accendi la Moneta d’argento.

Arriverò leggero.

Ora sono corpo e anima.

L’animale mi guida a te e poi in me si addormenta.

Corri Diana.

Bagnati nella fonte.

Pettinati e metti l’abito più bello.

Sono pronto …

Sono pronto perché ora sono….




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